Così, a tempo perso, fare il punto sul metà anno di cose viste/sentite/annusate.
Si inizia con il disco nuovo di Dente nelle orecchie: gira da qualche settimana, acquista sempre più spessore e rivela sensazioni nuove ad ogni ascolto. Culla e fa sorridere. Perfetto. Insieme va Pacifico, che fa il suo disco migliore da anni, condendolo con alcuni pezzi meravigliosi. Sulla scia gli En Roco, che non rifanno un mezzo capolavoro come “Occhi chiusi” ma dimostrano di essere pronti e combattivi. Nel frattempo c’è “Gran Torino” di Clint che è un meraviglia e sa far ridere e piangere. Poi arriva il marzo dello smarrimento. OVO va a puttane, non ci capisco granché e allora c’è bisogno di una sana incazzatura come quella di Giorgio Canali, che mette insieme un disco bellissimo. Se non il migliore, quasi. Come sempre parole e frasi che vogliono essere mandate a memoria: “indeciso tra una grigia mediocrità e un grigio più brillante a cui aspirare. Tra una bici da fottere e una cravatta da mettere, tra la sera di un dì di festa e un proiettile nella testa, tutto ciò che ti resta da fare è annegare in un bicchiere”. Lo scazzo della provincia è tutto qui, sintesi precisa e chirurgica, quasi quanto quel magnifico “guarda quante banche, guarda quanti bar, guidi un’astronave su una provinciale, tutti i matti a casa chiusi sotto chiave” dell’autunno scorso firmato dai Public. Cagati pochissimo, disco di una lucidità che fa paura. Inspiegabile. Come è inspiegabile l’aver capito solo con mesi di ritardo quanto sia bello Indossai di Alessandro Grazian. Lo compro originale al concerto dei Mariposa alla Casa 139, concerto da punto esclamativo e disco idem. Ad ogni modo, Canali suona in testa per parecchio tempo, mentre il tempo diventa sempre più libero per la visione di cose. Primavera di serie tv, ché telefilm è termine ormai invecchiato e poco radical chic, al pari di sceneggiati. Ancora scettico su Lost, cedo a JJ Abrams per Fringe, che mi tira dentro nonostante una manciata di episodi centrali del tutto inutili. Stessa faccenda per Harper’s Island, in chiusura in queste settimane. Ma la vera sorpresa sono The Big Bang Theory e IT Crowd, che mi fanno ridere come un’idiota. A proposito di narrazioni, da applausi la versione su disco dello spettacolo di Numero 6 ed Enrico Brizzi, il disco più rimandato dell’indie italiano (?). Primavera anche di dischi militanti orrendi: Andrea Rivera e Modena City Ramblers mi fanno incazzare per l’assoluta inutilità. Per fortuna c’è il folk del Pan del diavolo a tirare su il morale. La militanza così come deve essere la trovo invece nel nuovo disco dei Ministri. Ignorati o quasi fino al MI AMI, li sento dal vivo e non stacco più l’album. “Ci meritiamo le stragi, altro che Alberto Sordi”. Mentre ascolto queste parole leggo Patria di Enrico Deaglio, malloppone che racconta trent’anni di storia italica come se niente fosse, con rapidità e agilità rare. Libro che fa stare male per la sintesi con cui dice cose tremende e la semplicità con cui le mette in fila. Se Anobii non mente, è circa il quarantesimo libro da Gennaio. Tra gli altri cito Dies Irae di Genna, Trilogia di New York di Paul Auster, Brindando coi demoni di Fiumani, la trilogia di Stieg Larsson e due graphic novel, Lucille di Debeurme e Berlin di Lutes. Il MI AMI non porta solo i Ministri. Ritornano i Valentina Dorme con un disco che taglia e fa male, Canali fa un live da urlo e Dente da sogno e mentre faccio birre su birre sento anche un po’ di gruppi inutili paragiovanilisti. La settimana dopo il MI AMI la passo al cinema a vedere i film di Cannes, molti dei quali inguardabili. Per fortuna ci sono il rigore e la violenza psicologica del Nastro bianco di Haneke, la cialtroneria de La merditude des choses, film fiammingo che presumibilmente non vedremo mai al cinema (e in caso avrebbe un titolo tipo “com’è bizzarra la vita”) e la potenza visiva di Vincere di Bellocchio. A livello musicale, giugno porta qualcosa di assolutamente facile da ascoltare, qualcosa che dopo il primo play diventa quasi irrinunciabile. Si chiama Brunori S.A.S., ha fatto quello che per me è il disco dell’estate. Con in sottofondo “Italian Dandy” finiscono i primi sei mesi del 2009.